Il Progetto

Un archivio digitale per raccontareterritorio, industria e memoria.

Genesi

Gli Archivi Storici Industriali / Musei d’Impresa sono diffusi in tutta Italia. Essi testimoniano e raccontano la storia di aziende o distretti produttivi. Storia economica, sociale e culturale dei territori di riferimento oltre che del made in Italy.

A Siracusa l’attenzione per la realizzazione di uno strumento simile, in questo caso per il momento un Archivio “digitale”, nasce nel 1984 quando gli archeologi Giuseppe Voza e George Vallet nel loro saggio “Dal Neolitico all’Era Industriale” avanzano l’ipotesi che la storia antica e la storia moderna di un territorio si possono incontrare per testimoniare l’evoluzione dello stesso territorio, le sue ricchezze archeologico, storiche e paesaggistiche. E ciò tenendo anche conto, pur con limiti e contraddizioni, del progresso tecnologico e produttivo dello stesso territorio dove impianti di produzione spesso sono allocati in prossimità di testimonianze archeologiche.

Qualche anno dopo fu il giornalista Carmelo Miduri a lanciare l’idea di creare un vero e proprio Museo sulla esigenza manifestata da Vallet e Voza. Un museo /archivio custode di documenti e testimonianze di decenni di vita di questo territorio, a partire dal 1949 quando nacque la prima grande industria del Polo, la RASIOM di Angelo Moratti.

Nel 2020 Miduri incontra la volontà di Sonatrach ( ex ExxonMobil ) di avviare un progetto “archivio” della storia di quella raffineria che fu installata da Moratti.

Successivamente, nel 2022 lo steso progetto, allargandolo all’intero Polo Industriale fu sposato da Confindustria Siracusa.

Laboratorio ISAB, Augusta, 1975

Finalità

Lo scopo di questo Archivio è innanzitutto quello di non disperdere un grande patrimonio di storia di una realtà molto significativa nella storia economica italiana. Ed il rischio di perdere pezzi di storia ed anche documentazione importante si è più volte manifestato. Inoltre sulla storia economica della provincia di Siracusa, della Sicilia, e sul Polo Industriale di Siracusa si è sempre manifestato un forte interesse di ricercatori, storici, studenti. Oltre la voglia di conoscenza di cittadini che intendono conoscere la storia del proprio territorio.

Questo Archivio risponde a tutte queste esigenze, mettendo a disposizione documenti, foto, filmati su tale storia. Il nostro Archivio non sarà solo un “deposito” di informazioni e conoscenze ma sarà anche strumento di iniziative culturali, di studi, di promozione dell’interesse sulla storia che conserva e che conserverà nel futuro che, ovviamente, ci darà ulteriori notizie e documenti.

Strumenti di ricerca

L’utente, il visitatore di questo Archivio troverà vari strumenti di accesso alle informazioni e ai documenti. Lo potrà fare attraverso lo strumento di ricerca “generale” digitando qualsiasi parola venga in mente sul tema ricercato come anche attraverso le aree riservate alle singole aziende. E potrà inoltre entrare in varie “fonti”, come il Sistema Bibliotecario Nazionale (OPAC), il mondo di Confindustria, le Teche Rai e l’Istituto Luce, MuseImpresa. Oltre che nei siti web delle singole imprese .Una serie di fonti alle quali nel temo si aggiungeranno altri strumenti di ricerca.

  • OPAC SBN
  • Rai Teche
  • Museimpresa
  • Luce Archivio

Quando gli archeologi Voza e Vallet dissero

"Un museo con industria e storia"

Mai come in questi anni si è parlato di sostenibilità e di compatibilità fra sviluppo industria e salvaguardia dei beni culturali ed ambientali.

Forse, finalmente, si potrebbe cominciare a discuterne in modo serio accantonando contrapposizioni anacronistiche e rigidità che non fanno bene né all’industria né alla salvaguardia dei territori .

Come spesso capita il tema, però, non è nuovo. E per quanto riguarda il dibattito attorno al polo industriale di Siracusa ben trentasei anni addietro l’argomento fu oggetto di una illustre e dotta attenzione.

Infatti nel 1984 archeologi e intellettuali del livello di Giuseppe Voza ( per decenni sovrintendete a per la Sicilia Orientale) e George Vallet ( della Scuola Francese di Archeologia di Roma nonchè curatore degli scavi a Megara Iblea) pubblicarono il volume “Dal Neolitico all’Era Industriale” , in cui si teorizzava un concetto ben riassunto dai titoli dei giornali dell’epoca: “Che museo quelle ciminiere”, “Insieme ruderi e chimica”.

I contenuti storici ed archeologici , come il messaggio culturale di quel libro di Vallet e Voza, furono ben esposti dai noti studiosi al “Fuji Museum “ di Tokio, dove i in quella primavera del 1984 si teneva una mostra sulla Sicilia Greca. Nei saloni del museo campeggiava una scritta: “Capiamo le cose antiche prima di cercare cose nuove”. E nel loro saggio Vallet e Voza tentarono di lanciare una grande proposta che ora arriva, quaranta anni dopo, nel dibattito attorno al tema.

“Quelle cose antiche – dissero i due archeologi – sono inserite nel nuovo ambiente creato dalla industrializzazione, da cui l’archeologia deve essere difesa e con il quale, questo deve essere l’ambizioso progetto, bisogna trovare un equilibrio.”

Quel “progetto” lanciato al futuro, che potrebbe essere questo presente, si trova fra le pagine del “Dal Neolitico all’Era Industriale” . Un volume in cui i due archeologi illustravano caratteristiche e storia di circa cinquanta inseguimenti di epoca greca e pre-greca nella fascia costiera che da oltre 70 anni coincide con il polo industriale della provincia di Siracusa.

Nelle settanta pagine della pubblicazione Voza e Vallet ripercorrono anche criticamente le fasi storiche della industrializzazione che occupò aree importarti per gli studiosi di archeologia e non solo. Ma , lungi dall’essere pessimisti o rinunciatari l’archeologo italiano e quello francese lanciarono l’idea di un esperimento unico nel suo genere ( poi in altre realtà progetti similari sono stati realizzati, ndr) , e cioè la creazione di quello che definirono un “museo del territorio e della continuità storica”. Che, secondo le loro idee, avrebbe dovuto essere “un museo dell’ambiente inteso in una visione globale che includesse, oltre le caratteristiche della natura, anche le tracce lasciate dalla vita passata degli uomini”. E queste , aggiungevano Vallet e Voza, “ possono prendere le forme più diverse, passeggere e durature, banali o artistiche, urbane o rurali”.

Aiutandosi con apposite cartine geografiche i due studiosi indicavano le emergenze archeologiche, a decine. Da Thapos colonia micenea del XV Sec A.C. alla Megara del re siculo Hyblon delle alture di Pantalica . E poi il villaggio neolitico di Stentinello, Cava Baratta, Contrada Intagliata, la valle del Molinello Luoghi sacri per l’archeologia e la storia che però sono non facilmente raggiungibili, lamentavano i due studiosi, poiché la viabilità ipotizzata negli anni cinquanta fino agli anni settanta non contemplava la valorizzazione dei siti storico-archeologici. Mentre ora ( dicevano nel 1984) molto altro si potrebbe fare.

Nel saggio, comunque, si evita accuratamente ogni atteggiamento nostalgico che evochi terre “che hanno visto il fiorire dell’idillio antico”, come ogni atteggiamento polemico verso le aziende industriali. “Certamente in passato taluni scempi potevano esser evitati, affermarono Vallet e Voza, ora però non bisogna piangere sul latte versato ma mettersi subito al lavoro per un “museo” ( “usiamo questo termine – precisarono – per convenzione, ma la formula è ancora da definire) . Essa deve essere realmente “territoriale”, di “ continuità storica”. Senza cioè isolare un sito dal conteso territoriale, senza ritagliarlo nel suo periodo isolato per tutta la storia. Insomma una grande “museo”, “dal neolitico all’era industriale”, appunto.