Quando gli archeologi Voza e Vallet dissero
"Un museo con industria e storia"
Mai come in questi anni si è parlato di sostenibilità e di compatibilità fra sviluppo industria e salvaguardia dei beni culturali ed ambientali.
Forse, finalmente, si potrebbe cominciare a discuterne in modo serio accantonando contrapposizioni anacronistiche e rigidità che non fanno bene né all’industria né alla salvaguardia dei territori .
Come spesso capita il tema, però, non è nuovo. E per quanto riguarda il dibattito attorno al polo industriale di Siracusa ben trentasei anni addietro l’argomento fu oggetto di una illustre e dotta attenzione.
Infatti nel 1984 archeologi e intellettuali del livello di Giuseppe Voza ( per decenni sovrintendete a per la Sicilia Orientale) e George Vallet ( della Scuola Francese di Archeologia di Roma nonchè curatore degli scavi a Megara Iblea) pubblicarono il volume “Dal Neolitico all’Era Industriale” , in cui si teorizzava un concetto ben riassunto dai titoli dei giornali dell’epoca: “Che museo quelle ciminiere”, “Insieme ruderi e chimica”.
I contenuti storici ed archeologici , come il messaggio culturale di quel libro di Vallet e Voza, furono ben esposti dai noti studiosi al “Fuji Museum “ di Tokio, dove i in quella primavera del 1984 si teneva una mostra sulla Sicilia Greca. Nei saloni del museo campeggiava una scritta: “Capiamo le cose antiche prima di cercare cose nuove”. E nel loro saggio Vallet e Voza tentarono di lanciare una grande proposta che ora arriva, quaranta anni dopo, nel dibattito attorno al tema.
“Quelle cose antiche – dissero i due archeologi – sono inserite nel nuovo ambiente creato dalla industrializzazione, da cui l’archeologia deve essere difesa e con il quale, questo deve essere l’ambizioso progetto, bisogna trovare un equilibrio.”
Quel “progetto” lanciato al futuro, che potrebbe essere questo presente, si trova fra le pagine del “Dal Neolitico all’Era Industriale” . Un volume in cui i due archeologi illustravano caratteristiche e storia di circa cinquanta inseguimenti di epoca greca e pre-greca nella fascia costiera che da oltre 70 anni coincide con il polo industriale della provincia di Siracusa.
Nelle settanta pagine della pubblicazione Voza e Vallet ripercorrono anche criticamente le fasi storiche della industrializzazione che occupò aree importarti per gli studiosi di archeologia e non solo. Ma , lungi dall’essere pessimisti o rinunciatari l’archeologo italiano e quello francese lanciarono l’idea di un esperimento unico nel suo genere ( poi in altre realtà progetti similari sono stati realizzati, ndr) , e cioè la creazione di quello che definirono un “museo del territorio e della continuità storica”. Che, secondo le loro idee, avrebbe dovuto essere “un museo dell’ambiente inteso in una visione globale che includesse, oltre le caratteristiche della natura, anche le tracce lasciate dalla vita passata degli uomini”. E queste , aggiungevano Vallet e Voza, “ possono prendere le forme più diverse, passeggere e durature, banali o artistiche, urbane o rurali”.
Aiutandosi con apposite cartine geografiche i due studiosi indicavano le emergenze archeologiche, a decine. Da Thapos colonia micenea del XV Sec A.C. alla Megara del re siculo Hyblon delle alture di Pantalica . E poi il villaggio neolitico di Stentinello, Cava Baratta, Contrada Intagliata, la valle del Molinello Luoghi sacri per l’archeologia e la storia che però sono non facilmente raggiungibili, lamentavano i due studiosi, poiché la viabilità ipotizzata negli anni cinquanta fino agli anni settanta non contemplava la valorizzazione dei siti storico-archeologici. Mentre ora ( dicevano nel 1984) molto altro si potrebbe fare.
Nel saggio, comunque, si evita accuratamente ogni atteggiamento nostalgico che evochi terre “che hanno visto il fiorire dell’idillio antico”, come ogni atteggiamento polemico verso le aziende industriali. “Certamente in passato taluni scempi potevano esser evitati, affermarono Vallet e Voza, ora però non bisogna piangere sul latte versato ma mettersi subito al lavoro per un “museo” ( “usiamo questo termine – precisarono – per convenzione, ma la formula è ancora da definire) . Essa deve essere realmente “territoriale”, di “ continuità storica”. Senza cioè isolare un sito dal conteso territoriale, senza ritagliarlo nel suo periodo isolato per tutta la storia. Insomma una grande “museo”, “dal neolitico all’era industriale”, appunto.





